22 Feb 2012

L’attività  fisica fino a 6 anni e l’ambiente in cui praticarla

Sono stati recentemente pubblicati 3 volumi sul movimento e gli spazi urbani attrezzati per i bambini da 0 a 6 anni. I primi due, “Parco giochi e sviluppo senso-motorio” e “Parco giochi primo sport“, sono destinati ai tecnici, il terzo, “Primo sport. L’ambiente e il movimento ideali per crescere sani“, è divulgativo e affronta anche il tema della salute e della prevenzione dell’obesità . Primo Sport nasce con un modello di parco giochi dedicato allo sviluppo senso-motorio della prima infanzia, inaugurato nel 2010 a Treviso presso il centro sportivo de La Ghirada: un’area di 2mila metri quadrati suddivisa in 4 percorsi motori (manualità , mobilità , equilibrio, gioco simbolico) studiati da Università  di Verona e CONI, per favorire lo sviluppo senso-motorio nei bambini da 0 a 6 anni. Ora si sta esportando l’esperienza in altri comuni del Veneto e delle altre regioni.

Primo sport. L’ambiente e il movimento ideali per crescere sani

Partendo da una prospettiva di salute che mette al primo posto la prevenzione dell’obesità  a partire dalla prima fascia di età , fino ai 6 anni, il libro illustra l’importanza del gioco come prima e principale forma di movimento nei bambini più piccoli. Il volume è scaricabile gratuitamente registrandosi sul sito

Il sito web

Il sito di Laboratorio 0246 è pensato per genitori, insegnanti ed esperti di scienze motorie; esiste anche una rubrica di domande e risposte in collaborazione con l’Università  di Verona. Riportiamo qui una sintesi di alcuni dei suoi contenuti.

Perchè è importante che il bambino sviluppi le competenze motorie?

“Attento che ti fai male!” E’ questo probabilmente l’avviso più ricorrente che genitori, nonni ed educatrici della scuola materna mandano ai loro piccoli. In parte ciò è dovuto al fatto che molti bimbi sembrano sempre sul punto di cadere quando si muovono, in parte alla mancanza di senso del pericolo che molti dimostrano e, infine, alla semplice apprensione tipica di molti adulti. Ma serve mandare questi avvisi? Cosa succede nella testa del bambino per cui talvolta riconosce un pericolo e talvolta no? Alcuni studi recenti della psicologa sperimentale della New York University Karen Adolph stanno incominciando a fare luce su questo specifico aspetto dello sviluppo motorio e cognitivo del bambino. In una recente visita fatta nel suo laboratorio abbiamo potuto vedere come questa ricercatrice americana ha studiato le capacità  di identificazione del pericolo nei bambini dai 6 ai 18 mesi: ha costruito delle pedane lungo cui i bambini potevano spostarsi gattonando o camminando richiamati dalla mamma e lungo il percorso ha inserito un meccanismo per cui la pedana si apriva lasciando un vero e proprio buco di larghezza controllata. L’esperimento consisteva nell’osservare come il bambino si spostava e come si comportava davanti al buco, che poteva essere piccolo ma anche molto grande. I risultati sono stati stupefacenti. I bambini capivano che esisteva il pericolo di cadere giù nel buco solo se erano ben capaci di muoversi con la tecnica propria della loro età . In altre parole, i bambini di pochi mesi che si spostavano gattonando con difficoltà  perchè ancora agli inizi della loro esperienza motoria non si fermavano mai davanti al buco, anche se questo era sproporzionatamente ampio; quando erano diventati esperti gattonatori, capaci di muoversi veloci sulla pedana , diventavano invece molto cauti davanti al buco ed erano perfettamente capaci di capire quale era il limite massimo di dimensione che avrebbero potuto scavalcare senza problemi. Quindi la capacità  di riconoscere il pericolo dipende dalla capacità  motoria posseduta e non è innata ma dipende dall’apprendimento. Gli stessi bambini che, diventati esperti gattonatori, non cadevano più nel buco ritornavano ad essere incapaci di riconoscere il pericolo quando percorrevano la stessa pedana camminando. Sono dovute passare alcune settimane e si è dovuto attendere che i bambini diventassero sicuri nel cammino per vederli fermarsi davanti al buco. Quindi la capacità  di riconoscere il pericolo non è qualcosa che il bambino acquisisce con il crescere e che, una volta posseduta, viene applicata a tutte le situazioni, ma è legata piuttosto al compito motorio da compiere.

Cosa fare alla luce di questi risultati? Smettere di urlare “Attento che ti fai male!” o urlarlo ancora più forte? Sicuramente è opportuno procurare quante più esperienze motorie possibili per il proprio figlio/nipote/alunno e creare le condizioni perchè queste esperienze non siano isolate o saltuarie ma possano ripetersi e portare al consolidamento di una capacità  motoria. Mentre il bimbo fa esperienza, invece di urlare inascoltati “al lupo, al lupo” o dargli la mano nell’inutile e dannoso tentativo di aiutarlo, l’adulto può essere d’aiuto trasmettendo tranquillità  e mettendosi semplicemente nella condizione di essere pronto ad intervenire nel caso il bambino incorra in un errore. Ossia rispettare l’autonomia ma essere pronti ad agire nell’emergenza.

Alcune semplici indicazioni

La presenza dell’ adulto, quando il bambino gioca, non è mai neutra
L’ adulto educa anche se non è consapevole di farlo
L’ambiente (fisico o umano) può facilitare o ostacolare lo sviluppo delle capacità  individuali quindi è fondamentale curare la sua strutturazione e la scelta dei materiali.
Il bambino apprende perchè attribuisce significato
E’ fondamentale l’esperienza di successo in ciò che il bambino fa
Esperienze di successo e piacere di fare stimolano la motivazione a fare
Genitori attivi hanno figli attivi
Il movimento favorisce la ricerca di cibi sani
Il bambino obeso tende a muoversi meno, sia per il peso, sia per la vergogna
I luoghi dove i bambini da 0 a 6 anni giocano favoriscono la relazione sociale
Il gioco libero è importante anche per lo sviluppo delle competenze sociali

Nella fascia 0-6 anni è importante quindi che le competenze motorie si sviluppino adeguatamente, anche per prevenire gli incidenti; ad esempio è consigliabile non dare la mano al bambino quando inizia a camminare, ma favorire in lui la possibilità  di provare e riprovare; insomma, proporre al bambino esperienze che partano da ciò che lui sa fare, a difficoltà  graduale.

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